L’ordine del tempo

“Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo.

Questo è il tempo. Familiare e intimo. La sua rapina ci porta. Il precipitare di secondi, ore, anni ci lancia verso la vita, poi ci trascina verso il niente… Lo abitiamo come i pesci l’acqua. Il nostro essere è essere nel tempo. La sua nenia ci nutre, ci apre il mondo, ci turba, ci spaventa, ci culla. L’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo.”

Carlo Rovelli ~ L’ordine del tempo

{Fermati ad ascoltare il tempo. Inspira. Espira. Attendi che passi tutto.}

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Boccamurata

Di libri in questi mesi ne ho letti un bel po’, considerando il tempo che riuscivo a ritagliarmi dal lavoro. Di alcuni di loro ho scritto qui, di altri solo nel mio taccuino.

Oggi però volevo riprendere questa piccola passione e parlarvi di un libro che ho appena finito.

Il libro è “Boccamurata” di Simonetta Agnello Hornby.

La storia è ambientata in una Sicilia moderna e fremente, dove si concetra la vita di Tito e della sua famiglia. Proprietario di un pastificio, lasciatogli in eredità dal padre, Tito svolge una vita esemplare lontana dalle chiacchere di paese. Ha solo una domanda a cui non riesce a dare una risposta: chi è davvero sua madre? Dal padre aveva solo saputo che il loro era stato un grande amore, ostacolato dal matrimonio di lei con un altro uomo.

Ad accompagnare Tito nella crescita c’era la severa zia Rachele che, coproprietaria del pastificio, lo aiutava a prendere decisioni per lui e per i suoi figli. Zia Rachele è l’unica che conosce la verità ma ha promesso di proteggere Tito fino alla fine.

Sarà l’arrivo di Dante, figlio di una carissima amica della zia, a far venire a galla la verità. Una storia di amore puro ma impossibile da vivere, in cui si annidano e si sviluppano sentimenti e risentimenti non sopiti.

“‘Me lo dovevo aspettare da te, quando ti ci metti riesci a cambiare tutto, te compresa.’ Cosi mi disse.”

“Che significa?”

“Significa quello che significa: che a tutto si trova una soluzione, se si vuole.”

“Anche all’amore?” Chiese Dana, speranzosa.

“Soprattutto, ma soltanto se è vero amore.”

Un libro davvero interessante che si legge in modo scorrevole ma che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca per come è stata sviluppata la storia. L’incontro tra la sicilia vecchia e pudica, che tutto nasconde perché la gente non deve sapere, e quella nuova e in vena di festa per l’arrivo degli “stranieri” racconta benissimo le contraddizioni della mia terra, l’essere e il non essere. Ma il vero racconto, quello di Tito e sua madre, della continua ricerca della verità, poteva essere sviluppata meglio.

“Io sto bene da sola. Vengo qui e leggo ad alta voce, come se ci fossi anche tu. Certe volte mi giro: soltanto allora mi accorgo che non sei seduto accanto a me. Ma non sono triste.

Cartolina da casa

“Il fatto è che certe cose le puoi dire solo a chi sai che le può capire. Che è anche il motivo per cui parliamo cosi poco di quello che ci importa davvero. Alla fine, trovare qualcuno con cui parlare è difficile, si, ma non è quella la cosa più difficile. Il difficile è trovare chi ti sappia fare le domande giuste, quelle per cui hai la risposta lì da anni senza neanche saperlo.”

Enrico Galiano

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Sono tanti mesi che ho molte cose da dire ma non riesco a farlo. Ho trovato queste parole che mi hanno colpito e ho capito che mi manca qualcuno con cui dividere i miei pensieri, le mie parole, le ansie le gioie e le risate. Per questo ho smesso di scrivere e per questo ho parlato solo a me stessa.

Adesso voglio riprendere piano piano a raccontare i miei pensieri, sperando di trovare qualcuno a cui piaccia sentirli.

Martedì Fotografia: Eugène Atget

Eccoci alla nuova puntata del martedi fotografico. Tramite il libro che vi dicevo nella prima puntata (Fotografia del XX secolo edito da Taschen) sto facendo delle conoscenze davvero sorprendenti.

Eugène Atget

Oggi vi vorrei parlare di Jean Eugène Atget che nasce il 12 febbraio 1857 a Libourne, vicino a Bordeaux. Figlio di artigiani, morti quando lui aveva appena cinque anni, viene cresci

uto dai nonni. Dopo aver lavorato come marinaio si trasferisce a Parigi per entrare al Conservatorio a studiare arte drammatica e nel 1885 entra a far parte di una compagnia teatrale itinerante. Fare l’attore non gli fa avere grandi riscontri e cosi Eugène inizierà ad interessarsi alla pittura, al disegno e nel 1880 approderà alla fotografia. Le prime foto riguarderanno il suo lavoro di attore ma in seguito scoprirà che non esistono documenti fotografici di Parigi decidendo quindi di riprodurli e di diventare a tutti gli effetti un fotografo professionista.

Nella Capitale fotograferà dapprima i vecchi edifici, specialmente quelli che rischiano la demolizione, dettagli architettonici e strilloni. Ma anche chiese, strade, cortili, porte, caminetti, scale che ppoi vendeva ad artisti, architetti, artigiani, decoratori, biblioteche e musei, tutte documentazioni utili a svolgere il loro lavoro. Successivamente estenderà si sposterà anche alle periferie, agli interni parigini, le carrozze con i cavalli e le fortificazioni.

eugene-atget

Durante la sua vita non vendette molte foto solo Man Ray, suo vicino di casa, accorse della sua bravura e pubblicò una sua fotografia nella rivista “La Révolution Surréaliste”. Mori il 4 agosto 1927.

atget-pantheon

Il successo di Atget arrivò postumo grazie anche all’amico gallerista Julian Levi e a Berenice Abbott, assistente di Man Ray, che preservarono il suo archivio fotografico. Negli scatti del fotografo si racconta la cultura e l’evoluzione parigina: monumenti, ritratti, vedute urbane e paesaggi sono i suoi soggetti preferiti. Nonostante Man Ray gli abbia offerto una Rolleiflex, Eugène ha sempre preferito lavorare con la sua macchina fotografica di legno 18×24.

La bellezza delle sue foto sta nel riuscire a rivelare il carattere straniante degli spazi ordinari, fotografare gli spazi parigini nelle prime ore del giorno per creare il vuoto intorno, un vuoto quasi metafisico. Campi visivi ampi che tendano a suggerire l’atmosfera dell’ambiente. Davvero rari i dettagli. Le stampe si caratterizzano per le profonde ombre e le luci slavate, marchio stilistico dell’autore.

Eugene-Atget-

Berenice Abbott scrisse riguardo al suo lavoro: “Sarà ricordato come uno storico urbanista, un vero e proprio romantico amante di Parigi, il Balzac della fotocamera, dal cui lavoro siamo in grado di tessere una grande arazzo della civiltà francese.

 

Un pò di Teatro che fa sempre bene

Ho sempre amato il teatro, fin da bambina. La poesia che si crea tra attori e spettatori è pura magia. Il teatro è un luogo magico per me, forse perché alle elementari facevamo sempre le recite e spesso recitava anche mio padre. È difficile spiegare l’emozione che provo ogni volta che mi siedo su una poltrona si spengono le luci e si apre il sipario.

Da quando vivo in questa città ho visto un po’ di spettacoli e per un periodo, per lavoro, dovevo cercare gli spettacoli e recensirli. Ecco che ho pensato di fare lo stesso con il blog. Non saranno vere e proprie recensioni ma idee di spettacoli da vedere.

Al teatro IL SISTINA è possibile vedere Enrico Montesano nella commedia musicale “Il Conte TacchConte-Tacchia_Q-300x300ia”  liberamente tratto dal film di Sergio Corbucci. 

Montesano, autore della regia e della versione teatrale con Gianni Clementi, si esibisce in un’altra avvincente commedia ambientata nella Roma antica dei primi anni del novecento. Per la prima volta sul palcoscenico teatrale, il divertente personaggio di Francesco Puricelli prenderà di nuovo anima per far ridere il suo pubblico con la sua comicità e le sue gags.

Lo spettacolo sarà a teatro fino al 25 marzo (www.ilsistina.it)

stefano accorsi

Stefano Accorsi invece porterà all’ AMBRA JOVINELLI nell’ambito del Progetto Grandi Italiani, ter diversi spettacoli ispirati a tre grandi uomini della letteratura italiana. Inizierà con “Favola del principe che non sapeva amare” tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile e continuerà con Giocando con Orlando Assolo”.

Attraverso i versi dell’Ariosto Accorsi ci porterà alla scoperta delle avventure di Orlando. In un’ora e venti sarete proiettati in un mondo romanzesco e senza confini abitato da dame in pericolo e cavalieri senza paura. Dalla Francia di Carlo Magno e fin sulla luna tra duelli e colpi di scena con al centro la storia d’amore tra la bella Angelica e Orlando.

Ma non finisce qui perché subito dopo l’Ariosto, Accorsi si cimenterà anche nel “Decamerone” mettendo in scena sette novelle. La compagnia ha grande passione ma poche risorse materiali, quindi si alterneranno diversi ruoli e vicende, forti della loro arte teatrale.

Gli spettacoli sono a teatro dall’ 11 al 18 marzo ( www.ambrajovinelli.org ).

Per ultimo vi segnalo al teatro Sala Umberto la meravigliosa Serra Yilmaz che interpreta lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Elif Shafak, “La bastarda di Istanbul”. La storia è quellla-bastarda-di-istanbul-x-sito-tp1a di una saga familiare multietnica, composta da donne meravigliose che scivolano nella vita attraverso storie coinvolgenti e ardenti e segnate da segreti inconfessabili segreti che legano Istanbul all’America e la Turchia all’Armenia.

In sala fino dal 15 al 25 marzo. (www.salaumberto.com)

Mostre a Roma: “La Dolce Vitti”

Roma celebra la grande Monica Vitti con una mostra fotografica al Teatro dei Dioscuri al Quirinale.

Entrata nel cuore e nell’immaginario del pubblico italiano le immagini vogliono ripercorrere la vita, lo stile e i film della grande attrice romana.

monica-vitti

L’Artista

Nata a Roma il 3 novembre 1931, ha studiato all’Accademia Silvio D’Amico esordendo nel 1953 con testi di Shakespeare e Moliere. L’anno successivo il suo debutto nel grande schermo con il film “Ridere! Ridere! Ridere!” di Edoardo Anton che darà il lancio alla sua ricca carriera.

Monica Vitti ha fatto tanto teatro, molti film per la tv – tra i quali “La ragazza con la pistola” del 1968 di Mario Monicelli, nominato anche all’Oscar come miglior film straniero; “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca” del 1970 di Ettore Scola e “Polvere di Stelle” del 1973 di Alberto Sordi. Ma è soprattutto il cinema a darle notorietà internazionale, prima di tutto con la teatrologia di Michelangelo Antonioni (L’avventura del 1959, La notte del 1960, L’eclisse del 1962, conclusa poi da Deserto rosso del 1964).

È comparsa in pubblico per l’ultima volta nel 2002, in occasione della prima di uno spettacolo teatrale a Roma, da allora di lei nessuna traccia. Monica vitti è una delle più famose attrici della storia del cinema italiano. Vincitrice di cinque David di Donatello, due Nastri d’Argento, un Leone d’oro alla carriera alla Mostra di Venezia, un Orso d’argento alla Berlinale.

La Mostra

Ideata e realizzata da Istituto Luce Cinecittà, curata da Nevio De Pascalis Marco Dionisi e Stefano Stefanutto Rosa, la mostra fotografica e multimediale racconta 40 anni di spettacolo, di film, teatro, tv, costume e cultura di un’attrice senza tempo.

La mostra si svolge in tappe: il teatro, il doppiaggio, Michelangelo Antonioni, il cinema comico e l’evoluzione delle Vitti in autrice e infine la tv.

Sono ben 70 le fotografie provenienti dagli archivi pubblici e privati ma non solo. Ad omaggiarla anche installazioni audio e video, filmati d’archivio, proiezioni di film e testimonianze. Immagini spesso rare che ripercorrono la carriera dell’attrice anche attraverso i ricordi e le testimonianza di chi ha lavorato con lei ieri – Ettore Scola, Alberto Sordi, Dino Risi – e oggi tra le quali Dacia Maraini, Giancarlo Giannini, Enrico Vanzina e Michele Placido.

Una mostra assolutamente da non perdere per gli amanti del cinema e della Vitti e per chi voglia approfondire questa meravigliosa donna e attrice italiana.

(Fino al 10 giugno 2018 http://www.cinecittà.com)

Martedi fotografia: Diane Arbus

Nata a New York da una famiglia ebrea è la seconda di tre figli. In famiglia tutti si occuparono di arte: Howard, il primo figlio fu un noto poeta americano; Renèe, la minore, una scultrice. Anche il padre, lasciati i grandi magazzini Russek’s, di cui era proprietario, si dedichearbus1a1rà alla pittura con un discreto successo.

A soli 14 anni conoscerà Allan Arbus, più grandi di lei di cinque anni, e se ne innamorerà follemente tanto da abbandonare anche l’università per stare con lui, che sposerà appena giunta alla maggiore età.

Dopo l’esperienza di Allan nell’esercito come fotografo, i due coniugi decidono di diventare fotografi. Nascono cosi i primi servizi fotografici per il negozio del padre e i primi servizi di moda.

Nel 1947 Diane inizia a studiare fotografia prima con Berence Abbott e dal 1956 con Lisette Model che la spinge a concentrarsi su una produzione autonoma. Le prime foto vengono scatatte con una Nikon 35mm che abbandonerà solo nel 1962.

Nel 1958 si separa da Allan da cui divorzierà solo nel 1969. Gli anni dopo il divorzio sono quelli in cui la fotografa va alla ricerca di figure particolari da immortalare, instaurando con i soggetti veri e propri rapporti di amicizia.

La sua prima pubblicazione è “The Vertical Journey”: sei foto pubblicate nella rivista Esquire nel 1960, mentre nel 1961 esce “The Full Circle” su Harper’s Bazaar.

È nel 1962 che abbandona la Nikon per passare alla Rolleiflex e con la quale inizia un nuovo percorso creativo: l’interesse per i nudisti. E nel 1963 vince la prima borsa di studio della Guggenheim.

Tra il 1965 e il 1967 il MOMA espone in ben due mostre alcune delle foto della Arbus: nella prima “Acquisizioni recenti” c’erano ben tre foto a cui però il pubblico non rispose in maniera calorosa. Mentre nella mostra “New Documents” ne vennero pubblicate ben 30 e, nonostante le polemiche suscitate, ebbe un grande successo. Ma l’etichetta di “fotografa dei mostri” che le venne cucita addosso non le piacque mai e contribui alle sue crisi depressive.

Nel 1969 è a Londra a fare fotografie per riviste come Sunday Times e Nova e in quest’ultima verranno pubblicate le sue foto di sosia di personaggi famosi. Ma poi torna a New York a vivere nel Wesbeth, un condominio che accetta solo artisti.

foto

É il 1970 quando prova la Pentax 6×7 di un amico e ne rimane entusiasta perché il mirino le ricorda una grande 35mm e le proporzioni sono piò o meno quelle delle lastre 8×10 dei banchi ottici usati nella fotografia di moda. È l’anno in cui inizia a fotografare i disabili in un istituto ma anche prostitute e clienti di bordelli sadomaso.

La depressione però si è fatta più grave e il peso della notorietà la schiaccia, cosi il 26 luglio del 1971 si suiciderà nella sua casa.

Il lavoro della Arbus, che coinvolgerà soprattutto la gente della strada, i rifugiati in attesa di asilo, nani, travestiti, nudisti, la porterà ad entrare in contatto diretto con loro fotografandoli in pose specifiche scelte insieme. Sono spesso soggetti cupi che provocano turbamento, uniti però ad una attenzione pacata e obiettiva che permette a chi osserva di prendere in un certo senso le distanze dall’immagine. Lo scopo era quello di documentare il mondo nelle sue tante sfaccettature, in modo da trasformare le foto-documento in descrizioni di nessi psicologici, che vogliono rappresentare la realtà della vita privata.

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Lunedi Poesia

è che quando ci sei tu
a me non interessa
se fuori piove
se la burrasca sbatte forte
alle finestre
se il vento alza i toni
e i lampi serali
danno l’impressione
di essere a mezzogiorno

anche il sole
quando ci sei tu
passa in secondo piano
e non mi importa
se è primavera
se l’estate promette mare
o l’inverno tarda a lasciare il suo posto,
le stagioni
con te
vanno bene tutte

è che quando ci sei tu
mi va bene qualsiasi posto
trovo il bello ovunque,
tu mi plachi la voglia
di andare lontano
mi dai un biglietto di solo ritorno
e mi fai tornare in mente,
mi fai tornare in me
mi fai tornare in te

con te accanto
saprei arredare bene l’inferno,
saprei renderlo un posto migliore,
saprei trovare
un posto adatto
per stendere la tovaglia
del nostro pic-nic
e troverei corde e rami forti
per le altalene dei nostri
pomeriggi

tu mi fai bastare le cose che ho
i luoghi che vedo
tu mi fai bastare
me

è che
con te accanto
io
non aggiungerei altro.

 

Gio Evan

http://www.gioevan.it

L’Arminuta

A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre.

Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse.”

Inizia cosi il romanzo della Pietrantonio, la storia di una ragazzina che un giorno si ritrova a perdere tutte le sue sicurezze di bambina per essere catapultata in una vita, in una famigliaP_20180310_114321_1 che non sapeva di avere. Il passaggio da una casa confortevole, una vita agiata, l’affetto di quelli che credeva fossero i suoi genitori ad una casa piccola e disagiata, con tanti fratelli e pochi soldi, è un’esperienza talmente forte da sconvolgere l’anima. Tutto quello che credeva reale e tuo si scontra con la vita vera e ti fa crescere da un giorno all’altro. E cosi l’Arminuta, la ritornata, come viene chiamata da tutti, inizia un nuovo periodo della sua esistenza con la sua mamma biologica e la sua famiglia. Iniziano cosi i giorni di sconforto e tristezza. Per fortuna ci penseranno la sorella Adriana, con cui condivide il letto e i segreti, e il fratello Vincenzo, che la guarda già come una donna, a superare i giorni più bui in una casa a cui non appartiene.

Lottare ogni giorno con l’idea dell’abbandono, di non appartenenza a nessun luogo. Lottare contro la fame, la miseria, il poco spazio da dividere con fratelli scontrosi, gli sguardi dei paesani curiosi è un’esperienza che lascia il segno e che nessuna ragazzina dovrebbe vivere.

Uno sradicamento che non viene nemmeno spiegato a chi si sente in colpa per qualcosa che non ha fatto ma che potrebbe fare.

La voglia di tornare dalla sua mamma la spingeranno a cercare la verità. Una verità che la lascerà più matura ma ancora una volta senza radici ma che l’aiuterà a capire le scelte di una mamma senza troppe speranze.

Il libro di Donatella Di Pietrantonio è davvero struggente. Riesce a trasmettere nelle immagini dipinte il dolore dell’abbandono, dell’assenza improvvisa, del distacco immotivato da coloro che ti hanno cresciuto e amato. È anche il racconto del rapporto di un figlio con un genitore un po’ scostante e preoccupato di come portare a casa la cena. Di quanto è difficile creare un legame forte con chi fa parte della tua vita ma ti ha ceduto ad altri.

È un libro davvero coinvolgente sin dalle prime righe e ti lega alla piccola Arminuta facendoti soffrire e gioire con lei, tenendoti legata ad ogni sospiro e facendoti desiderare il lieto fine.